Foodie’s Challenge: dieci anni di mosse creative.

Ci sono progetti che nascono per aggiungere un altro premio a una vetrina già affollata, e altri che nascono per allargare il tavolo: invitare nuove persone, nuovi sguardi, nuovi linguaggi. Foodies’ Challenge appartiene alla seconda categoria. Dal 2015 mette uno accanto all’altro chef, architetti, designer, artisti e registi, chiedendo loro di fare una cosa semplice solo in apparenza: progettare un piatto e raccontarlo con un video d’autore, trasformando il cibo in un’idea che si può vedere, ascoltare, condividere.

​Al centro di questo format, che in dieci anni ha coinvolto quasi cento team e oltre un migliaio di persone, c’è lo sguardo di chi lo ha immaginato sin dal principio: un tavolo comune dove la creatività non è un atto solitario, ma un esercizio di fiducia reciproca. Foodies’ Challenge è un laboratorio di progetti che parla di bellezza, lavoro di squadra, responsabilità sociale e, sempre più spesso, del potere che le storie hanno di cambiare il modo in cui abitiamo il mondo.

Nel 2025 Foodies’ Challenge ha compiuto dieci anni: dal 2015 invitate chef, architetti, designer e artisti a progettare un piatto e a raccontarlo con un video d’autore. Se pensa a questo decennio come a un unico grande “progetto di cibo”, quali sono i momenti che per lei hanno davvero segnato la storia della manifestazione, quelli in cui ha sentito che l’idea funzionava e stava generando qualcosa di più grande di un semplice contest?

Una iniziativa come questa ha l’obiettivo di emozionare: prima di tutto i partecipanti, poi il pubblico. La misura dell’importanza dei momenti è data dall’intensità del coinvolgimento. Il mio desiderio è portare lo spettatore al tavolo della creatività, dove le idee nascono: un piatto è un progetto, non è mai casuale, contiene storie e le racconta con maestria. In questi anni i team invitati hanno fatto la magia di condividere i loro processi progettuali con il pubblico, e il linguaggio del video d’autore ha funzionato benissimo: ogni volta che si mostra per la prima volta un nuovo video, quello è il momento più importante. Per quanto mi riguarda, il momento più coinvolgente arriva ancora prima: è l’invito a un nuovo team. In una telefonata si concentrano mesi di selezione, valutazioni sulla disponibilità e sulle potenzialità di offrire al pubblico un nuovo punto di vista, dall’altra parte c’è la gioia di essere stati scelti e lo stimolo di un progetto nuovo. In pochi istanti si capisce se nasce o non nasce una vera condivisione di obiettivi. Sia gli chef che gli architetti hanno molti argomenti “riposti nei cassetti” e aspettano l’occasione giusta per valorizzarli: il nostro lavoro è costruire e difendere un palcoscenico all’altezza delle loro idee, senza cedere a semplificazioni.

Foodies’ Challenge è spesso raccontato come una celebrazione del Made in Italy, ma lei parla piuttosto di “progetto pensato in italiano”. Cosa significa, oggi, per lei pensare in italiano quando si lavora tra cibo, progetti e immaginario collettivo?

Onestamente credo che il termine “Made in Italy” sia un po’ troppo utilizzato. A me piace pensare a Foodies’ Challenge come a un progetto pensato in Italia, anzi pensato in italiano. Crescere qui ci rende particolarmente predisposti alla ricerca della bellezza e aperti alle relazioni. La nostra manifattura è straordinaria e merita sostegno, ma dobbiamo valorizzare anche i nostri pensieri, le visioni che non sono imitabili. Da questi pensieri è nato un progetto originale, che sorprende proprio perché contraddice tanti stereotipi sugli italiani. È un progetto che esalta il gioco di squadra e pone sfide difficili, senza concessioni alle scorciatoie. Sono cresciuto con il culto del pensiero: quando si riesce a dialogare davvero con i pensieri altrui, si attiva una energia potentissima. Pensare in italiano significa esprimere la ricchezza che abbiamo accumulato vivendo qui e trasformarla in un vantaggio di originalità.

Solo questo spiega come quasi cento team e un migliaio di persone accettino, da dieci anni, di lavorare insieme su sfide complesse, rischiando molto: progettare un nuovo piatto e raccontarlo con un video di alto livello. Perché lo fanno? C’è qualcosa di mitologico nella nostra natura: eroine ed eroi insiti in noi che agiscono con coraggio e accettano la sfida; più è difficile il cimento, più si impegnano. Siamo figli delle donne e degli uomini che dipingevano nelle grotte: desideriamo comunicare e lasciare segni.

Il premio di Foodies’ Challenge ha un simbolo particolare: le acciughe. In un mondo che spesso celebra l’eroe solitario, perché avete scelto un pesce piccolo, che vive solo nel branco, come emblema di un progetto che mette al centro il lavoro corale?

Le acciughe si fidano. Si sono evolute per fare dell’unione la loro forza, per comprendere i messaggi di chi nuota al loro fianco e seguirli per sfuggire ai predatori. Non sprecano energie per emergere individualmente, puntano sull’abilità nel coordinarsi: è il simbolo giusto per un progetto che si fonda sull’arricchirsi del sapere degli altri. Sedersi a un tavolo con altre competenze genera progetti dai risultati non prevedibili: si nuota in direzioni che cambiano grazie a stimoli diversi. È un viaggio creativo verso il nuovo, che richiede una fiducia quasi “da acciughe”: percepire il movimento del gruppo e trovare il proprio ruolo in quel disegno in continuo cambiamento.

L’edizione dei dieci anni è dedicata ai miti: storie antiche che continuano a parlarci di paure, limiti e virtù dell’umanità. Come avete lavorato su questo tema e in che modo, per lei, la mitologia è ancora uno strumento attuale per leggere il presente?

I miti sono storie che hanno attraversato i secoli perché sono profonde: parlano dell’umanità, ne indagano i limiti e le paure, ne esaltano le virtù. L’edizione è stata bellissima, con riletture mitologiche approfondite e stimolanti. La forza dei miti è stata così coinvolgente da portarmi addirittura a infrangere le regole del contest, partecipando direttamente per parlare con decisione contro la violenza sulle donne. Apollo e Dafne è stato il mito al quale mi sono ispirato. Ho chiesto al maestro pasticciere Vincenzo Pennestrì e all’architetto Alfonso Femia, invitati al Foodies, di abbandonare la competizione e seguirmi su questo soggetto dalla forte valenza sociale: Dafne è diventato un progetto fuori concorso al Foodies’ Challenge 2025. Abbiamo iniziato con un cioccolatino con sentori di alloro, il cespuglio nel quale Dafne viene trasformata per sfuggire alla violenza di Apollo. Da lì si è avviata una reazione creativa che ha generato altri piatti, una lampada in legno di alloro e altre sorprese in arrivo: progetti di cibo che nutrono il cambiamento.

​La cosa più bella è la disponibilità di chef e pasticcieri a contribuire con un loro piatto, tutti legati dal profumo dell’alloro e dalla voglia di dire basta. Dafne è anche un gusto di gelato, creato da Pennestrì con una ricetta a disposizione di tutte le gelaterie che vorranno usarla: un gelato arriva ai bambini, e saranno loro a scrivere un nuovo rapporto tra uomini e donne, senza possesso. Immagino bambini in coda nelle gelaterie che raccontano ai genitori di Dafne, una ragazza salvata che ora vive in un cespuglio di alloro. Non si può più limitarsi a dire che è difficile: gli uomini hanno imparato a essere padri migliori, ora devono diventare mariti, compagni e fidanzati migliori.

Un piatto per Dafne è come cucinare per ogni donna, per affermare che la loro sicurezza è un diritto da difendere tutti insieme. Salviamo Dafne significa riconoscere la paura negli occhi delle donne e intervenire. Dafne non raccoglie fondi: raccoglie pensieri, energie, solidarietà, esprime il disprezzo per la violenza sventolando un ramo di alloro.

Foodies’ Challenge guarda avanti con un formato biennale, ma nel frattempo immaginate nuovi modi di coinvolgere pubblici diversi. Tra Salone del Mobile, nuove edizioni e il progetto Kids, come si prepara il “prossimo capitolo” e cosa le piacerebbe che il contest diventasse per le nuove generazioni?

Foodies’ Challenge è biennale, quindi solo nel 2027 avremo i nuovi video in concorso. Al Salone del Mobile 2026 presenteremo i team invitati e il tema scelto per l’edizione, mantenendo quel legame forte con il mondo del progetto e con Milano come città-laboratorio.

​Nel 2026 faremo anche un progetto speciale, che anticipo sempre con piacere: il Foodies’ Challenge Kids. Inviteremo alcuni bambini delle scuole primarie a progettare il cibo, affiancati da amici speciali – chef, architetti, professionisti della creatività e delle arti – perché possano sperimentare in prima persona cosa significa immaginare un piatto e raccontarlo. Anche questa edizione avrà un tema: il cibo delle fiabe.

L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: far capire alle nuove generazioni che il cibo non è solo consumo, ma racconto, responsabilità, occasione di incontro. Se da adulti chef e progettisti accettano sfide complesse, i bambini possono insegnarci una cosa preziosa: che ogni piatto può ancora essere una storia da inventare da zero, con la libertà di chi non ha paura di sognare.


Bio

Ideatore e direttore creativo di Foodies’ Challenge, Nicola Sardano lavora da anni sulla linea di confine tra progetto e racconto, costruendo formati che uniscono design, architettura, arti visive e cucina d’autore. Con Foodies’ Challenge ha dato forma a un contest internazionale che invita chef, architetti e creativi a immaginare nuovi “food concept” e a tradurli in cortometraggi votati dal pubblico, creando un palcoscenico in cui il cibo diventa linguaggio, narrazione e responsabilità condivisa. La sua ricerca mette al centro la dimensione corale: non la firma individuale, ma l’energia che nasce quando competenze diverse si siedono allo stesso tavolo per esplorare territori comuni, dall’interpretazione della mitologia classica alla riflessione sul ruolo sociale del cibo contemporaneo.